Cinque scelte che valgono per tutto quello che scriviamo, e che si notano usandolo.
Si aprono dal browser
Sono applicazioni web installabili: si aprono da un indirizzo e, se piacciono, si appoggiano sulla schermata
Home in tre tocchi. Niente store, niente recensioni da aspettare, niente aggiornamento da scaricare.
Funzionano dove non prende
Un festival in un fossato, un supermercato interrato, un bosco. I posti dove serve davvero un’app sono
spesso quelli dove il telefono non prende: quello che serve resta sul dispositivo e si rimette in pari da solo.
Niente profilazione
Nessuna pubblicità, nessun dato rivenduto, il minimo indispensabile di informazioni personali. Dove si
può fare a meno degli account, si fa a meno degli account.
Le lingue, quando servono
Un festival che ospita ricercatori da mezzo mondo non può avere un programma solo in italiano. Le
traduzioni sono parte della struttura, non una toppa messa alla fine.
Un retro per chi organizza
La parte che vede il pubblico è metà del lavoro. L’altra metà è il pannello
da cui si gestiscono ospiti, prenotazioni, turni, esportazioni: quello che decide se un’edizione fila
liscia o si passano le notti su un foglio di calcolo.
Costano poco da tenere accese
Pagine statiche servite dal bordo della rete e un Postgres gestito: nessun server da amministrare e conti di
esercizio che un’associazione culturale può permettersi anche negli undici mesi in cui non
succede niente.